I pellegrini medievali e l’abbazia cistercense

A circa venti minuti dalla carolingia Abbazia di Rambona, di cui parlavo qualche post fa, c’è un’abbazia cistercense, l’Abbazia di Chiaravalle di Fiastra, edificata nel 1142, che tutt’oggi si erge imponente e preziosa testimonianza storica, rimasta pressoché inalterata nel corso di tutti questi secoli. Ci sono ancora persino i monaci cistercensi.
Mi piace molto la storia medievale delle abbazie, della loro nascita, struttura architettonica e organizzazione.
Sarebbero necessari vari articoli per parlare di questo argomento in generale; ma sicuramente racconterò un giorno anche l’affascinante storia di quest’altra Abbazia della mia terra d’origine, un gioiello.
Ma, dato che nel blog è meglio parlare a piccole dosi, prima di ‘entrare’ nel monastero vero e proprio, scriverò di un elemento molto specifico dell’Abbadia di Fiastra: la “foresteria” e la sua funzione nel Medioevo.

Naturalmente le “foresterie” delle abbazie erano costruite al di fuori del complesso monastico vero e proprio. Esse erano riservate ai pellegrini.
Davanti all’austera facciata romanica- gotica della chiesa dell’Abbadia di Chiaravalle di Fiastra sorge tuttora una grande foresteria, lunga 80 metri, che anticamente poteva ospitare più di cento pellegrini.
I muri della foresteria rivelano una costruzione molto antica, anche se hanno subìto rifacimenti e ristrutturazioni lungo i secoli, a differenza dell’abbazia vera e propria che è rimasta intatta.
Al piano terra si trovava un ampio loggiato per la sosta delle cavalcature.
Nella facciata della foresteria, che è rivolta verso l’Abbazia, risultano evidenti tracce di arcate e un pezzo di colonnina sormontata da un capitello; in alcuni mattoni della arcate sono ancora visibili i disegni che rappresentano dei cavalieri.
Qualcuno li interpreta come simboli dei Templari, che sarebbero stati presenti all’Abbazia di Fiastra probabilmente come “gestori” della foresteria. Ma l’intrigante ipotesi andrebbe approfondita.
I pellegrini, molto numerosi nel Medioevo, secondo la Regola di San Benedetto dovevano essere “accolti come Cristo stesso“. Presso l’Abbazia di Fiastra c’era un locale dove si cuocevano pane e focacce per chiunque bussasse alla porta.
I monaci erano tenuti a genuflettersi davanti ai pellegrini e a lavare loro i piedi.
Accanto alla foresteria, ma in un fabbricato distinto, non mancava l’infermeria, dove venivano accolti e curati i pellegrini malati o feriti.
Anche l’infermeria dell’Abbadia di Fiastra, che si trovava davanti all’ingresso del chiostro, aveva ragguardevoli dimensioni, e poteva ospitare decine di malati.
La regola di san Benedetto imponeva ai monaci il massimo interesse per gli infermi, e così prese vita una vera organizzazione di soccorso e assistenza per i malati.
L’abate doveva saper cogliere, col proprio discernimento, i bisogni particolari di vecchi e infermi “senza cercare d’esserne richiesto“, ma di propria iniziativa.
La conoscenza della medicina, e specialmente della farmacia, era notevole nelle abbazie: ricordate l’abbazia de “Il nome della rosa”, la sua “farmacia” e il suo erborista -medico?
L’abbadia di Fiastra me la ricorda sempre molto, sia per la struttura e l’organizzazione interna, sia perché la scienza dell’erboristeria vi si pratica ancora intensamente.
La medicina nei monasteri del Medioevo si basava soprattutto sull’impiego di erbe e sul rispetto delle norme igieniche.
L’antichissima selva accanto all’Abbadia di Fiastra (selva che oggi è Riserva statale, poiché, conservatasi così com’era tanti secoli fa, vanta specie di piante che ora sono rare!) era di certo la più vasta fonte di medicinali a disposizione dei monaci!
I pellegrini potevano fermarsi nell’Abbazia fino a tre giorni, mentre i feriti e i malati restavano fino alla guarigione.
Per i pellegrini c’erano delle celle appartate, e alla loro cura era deputato un monaco che doveva essere non solo timorato di Dio, ma anche competente e sollecito.
I viaggi dell’epoca erano parecchio pericolosi, tanto che, pensate un po’, era di norma per i pellegrini, prima di mettersi in viaggio, fare testamento!
Viaggiavano rigorosamente a piedi, indossando un mantello con cappuccio, detto appunto ‘pellegrina’, e il ‘bordone’ (cioè un bastone da cammino), che erano i loro ‘segni di riconoscimento’.
Era faticosissimo e aleatorio viaggiare nel Medioevo, eppure di pellegrini ce n’erano davvero moltissimi: i pellegrini, che appartenevano a ogni ceto sociale, precedettero, in ordine di tempo, addirittura i mercanti (che affrontavano grandi pericoli a scopo di lucro), solo che i loro viaggi avevano come meta luoghi sacri o santuari ed erano dettati da bisogni spirituali, da desiderio di fare penitenza, da ‘pro voto’ (quando si invocava il soprannaturale durante un grave pericolo), dalla speranza della salvezza dell’anima o della guarigione del corpo. Spesso i pellegrini erano dei malati in cerca di una guarigione miracolosa, poiché la malattia era sovente considerata un castigo divino: nel Medioevo, per quanto l’erboristeria fornisse alcuni rimedi che davano sollievo nei mali meno gravi, erano assolutamente ignote le cause delle malattie (e, molto sbrigativamente parlando, ché il discorso prenderebbe un articolo a sé, la causa principale a quell’epoca era la mancanza d’igiene, unitamente alla presenza di ratti e parassiti pericolosi a stretto contatto con l’uomo) e quindi mancava la prevenzione contro quelle più gravi come la lebbra, la peste, il tifo, le epidemie.
Si può immaginare il sollievo di tali viaggiatori, nel trovare lungo la strada un ospizio dove potersi rifocillare, dormire, curare ferite e malattie.
E dunque in prossimità delle abbazie spesso e volentieri c’erano “avvisi” del tipo: “Oh tu che passi per la via, rallegrati che vicina è l’Abbazia”. E non sto scherzando!

Ho messo foto dell’Abbadia di Fiastra tratte dal web, e qui sotto foto della stessa Abbadia e dei dintorni in versione invernale, scattate nell’ordine da: Maurizio Chiavari, Paolo Cruciani (i caprioli), Francesco Ribes (i cavalli). Queste due non c’entrano molto coi pellegrini, ma con l’abbazia sì, perché si trova in una riserva naturale piena di stupendi animali, e mi piaceva metterle! L’ultima foto l’ha scattata invece l’estate scorsa il padrino di battesimo di Alessio, venuto per il nostro matrimonio!

Dai motori di ricerca con furore

Ci siamo di nuovo, io a quelli che digitano le chiavi di ricerca vorrei tanto parlare di persona, un po’ in effetti già ci parlo quando guardo le statistiche, mentre ridacchio e scuoto la testa insieme.
Sopra tutti avrei voluto avere a portata di piede un colloquio con il/ la surfer che ha digitato questa accorata preghiera: Continua a leggere

Il dito medio del piede destro

Ho fatto un (non leggero) lavoro di trascrizione (non di copia-incolla, sto trascrivendo da un libro fuori edizione!) per condividere con voi qualche racconto di Ambrose Bierce, previa difficile cernita, e ne ho appena pubblicato uno (datato 1890).
A proposito della lunghezza, non lasciatevi ingannare da una prima occhiata: il post comprende sia il racconto sia, a seguire, le considerazioni che faccio su di esso, quindi la lettura del solo racconto è piuttosto breve, scorrevole e piacevole.
E’ stato difficile scegliere le storie, fra le decine e decine di Bierce, da postare in un blog.
Ce ne sono di brevissime, più adatte a un post per dimensioni, ma i racconti più significativi ed emblematici sono quelli un po’ più lunghi.
Vero è che essendo Bierce un talentuoso e cinico giornalista, passato tardi alla letteratura, egli era capace di condensare un racconto fulminante anche in due paginette di libro.

Ora ho postato un racconto che scorre via facile, “Il dito medio del piede destro” (Bierce era particolare pure nella scelta dei titoli), leggetelo!
Brevi considerazioni.
In questo racconto è presente una caratteristica stilistica usata spesso da Bierce, e che era estremamente ‘moderna’ per la sua epoca e d’effetto anche oggi (basti pensare al taglio narrativo di alcuni film moderni), una narrazione a balzi temporali, di grande efficacia: Continua a leggere

L’Abbazia di Rambona

Oggi racconto di un luogo molto particolare, di una storia, di un po’ di me, e di un episodio personale collegato coi primi due argomenti. Il lettore interessato è esortato a leggere attentamente, poiché le varie parti sono piuttosto intrecciate fra loro.
Prima di sposarmi abitavo a Pollenza (sotto la giurisdizione dello sceriffo di Macerata), bel borgo medievale circondato da mura e arroccato sul cocuzzolo di una collina, con una magnifica vista che ad Ovest comprende i Monti Sibillini e ad est il mare. E le colline, che altro non sono che i monti che digradano dolcemente fino ad incontrare l’Adriatico.
A Pollenza ci sono ben 14 chiese, tutte antiche o antichissime, anche se è solo un comune di 6000 abitanti, e il paese in sé ne ha poco più di mille, forse duemila, essendo gli altri distribuiti per frazioni e campagne. In una di esse ci siamo sposati l’estate scorsa.
La foto qui sotto è una veduta della parte nord del paese: la chiesa col portico colonnato che si vede su, all’estremità, è quella dove mi sono sposata, San Biagio (qualche interno si può vedere bene QUI; e un po’ meno bene sul mio album su Flickr). Solo per la cronaca.
Ma la chiesa dove mi sono sposata non c’entra col monumento di cui sto per parlare.

Pollenza esisteva già in epoca preromana, e nel periodo dell’antica Roma repubblicana era già una città vera e propria, denominata Pollentia.

‘Pollentia’ era meta di pellegrini diretti al santuario pagano della Dea Bona.
Questo altare/ santuario pagano, e l’abbazia che vi fu successivamente costruita sopra, sono uno dei casi più emblematici di sovrapposizione /fusione di culto cristiano e culti pagani.
Questo non poteva non affascinarmi: sono molto appassionata di Storia, specie antica e medievale, Storia dell’arte e Archeologia, e questo edificio/ sito archeologico/ monumento a poca distanza da casa mia mi ha sempre attirata moltissimo, e non è nemmeno l’unico in quella zona!
Per questo motivo il giorno del mio matrimonio, dopo la cerimonia, volevo andare lì con Alessio, senza altri attorno, a raccogliermi e a depositarvi parte delle rose del mio bouquet. Ma di questo racconterò più giù.

Ci tengo molto a presentarvi l’Abbazia di Rambona.
Questo antichissimo sito si trova a poca distanza dal centro storico di Pollenza, verso Ovest.
Fu un’abbazia molto potente nell’Alto Medio Evo, la sua giurisdizione si estendeva dai Monti Sibillini fino al mare.
Le fonti storiche che parlano delle sue origini sono un “diploma” del re e imperatore Berengario del Friuli, e un dittico d’avorio oggi conservato nei Musei Vaticani (una copia è nell’Abbazia):
vi si legge che nel IX° secolo la regina longobarda Ageltrude, figlia di Adelchi, “construxit” (o meglio fece ri-costruire su un preesistente sito di culto cristiano del VII° sec) questa importante abbazia dedicata ai santi Gregorio, Silvestro e Flaviano, dandone l’incarico all’Abate Olderico e ad una comunità benedettina che si stabilì sul luogo e costruì un imponente edificio.
La regina era rimasta vedova di Guido III duca di Spoleto e re d’Italia, ed essendo morto anche il loro figlio Lamberto, la combattiva Ageltrude pensò di ritirarsi a vita monastica, non prima che il re Berengario del Friuli e poi Ludovico III di Provenza le confermassero le precedenti donazioni fatte ai Longobardi da re e imperatori.
Tra le riconferme fatte da Berengario vi era appunto quella del territorio di Rambona.
Si era in età carolingia e i benedettini, che costruivano sempre le abbazie dove c’era dell’acqua (fonti, sorgenti, fiumi…) edificarono sull’area, appunto, dell’antico altare dedicato a divinità pagane collegate al culto dell’acqua e soprattutto alla Dea Bona: da qui il toponimo Rambona, contrazione del latino ‘Ara Bonae Deae’ (altare della dea Bona).
Il culto antichissimo di questa dea della fertilità e della salute è legato anche alla presenza, nelle immediate vicinanze dell’abbazia, di una fonte di acqua sorgiva le cui acque, ritenute benefiche, erano state incanalate in tempi molto antichi con un rudimentale impianto di captazione e convogliate in un ambiente ipogeo a pianta quadrata di epoca romana, ancor oggi esistente sotto la cripta.

Purtroppo questa bella e ricca Abbazia che nel Medioevo possedeva terre, chiese e priorati, nel 1443 subì il saccheggio e l’incendio da parte di Ciarpellone, capitano di Francesco Sforza.
In quel periodo gli Sforza e i Visconti si stavano scannando proprio lì dalle mie parti: il monastero non c’entrava nulla con loro, ma per quel losco Ciarpellone rappresentava una ghiotta occasione di ricco bottino con poca fatica, e non se la fece sfuggire.
Purtroppo non si limitò al saccheggio (come accadde anche ad un’altra abbazia là vicino, l’Abbadia di Fiastra, che fu saccheggiata più volte da altri capitani di ventura, ma mai distrutta per fortuna, e ancora oggi è visibile in tutto il suo splendore e la sua vetustà), ma del tutto immotivatamente il tizio diede alle fiamme l’inerme Abbazia di Rambona.

E, per inciso, incendiò anche un’altra chiesa romanica di Pollenza, la chiesa dei santi Antonio e Francesco, nella foto qui sotto, che subì una distruzione parziale e venne poco dopo ristrutturata (i cittadini più ricchi di Pollenza – i cosiddetti ‘maggiorenti’ – nel corso dei secoli fino a tempi recenti si sono più volte autotassati per ampliare o restaurare o ricostruire chiese ed edifici del paese a proprie spese), assumendo l’aspetto che si vede in questa foto:

Chiesa santi Antonio e Francesco

Ciarpellone in seguito ebbe la sorte che evidentemente meritava, poiché sospettandolo di tradimento (in effetti passava disinvoltamente dai Visconti agli Sforza e viceversa), lo Sforza lo fece impiccare e poi squartare da quattro cavalli, nella città di Fermo.

Ma tornando alla nostra Abbazia di Rambona: si salvò solo la Chiesa, il monastero andò completamente distrutto dall’incendio appiccato da Ciarpellone; annientata o dispersa la comunità di benedettini, non fu più ricostruito e così ebbe fine il lungo periodo di splendore di questa abbazia.
Nel 1886 parte della chiesa primitiva (precisamente la navata) fu ceduta per motivi economici, e fu inglobata in una casa nobiliare adiacente, quindi allo stato attuale una parte di questo antichissimo monumento è di proprietà privata ed escluso ai visitatori, mentre il resto della chiesa e tutt’ora aperto al culto e costituisce parrocchia, la parrocchia di S.Maria di Rambona.

E’ interessante notare come nel nome stesso sia rappresentata la fusione del culto cristiano di Maria col culto pagano dell’antica dea Bona, in una continuità al femminile.
La parte superstite dell’antica abbazia è comunque di antichità e qualità tale da essere considerata dagli studiosi una piccola perla fra gli edifici sacri medievali, e la cripta è considerata uno dei gioielli più sorprendenti ed ammalianti dell’arte paleocristiana.
La chiesa oggi officiata si presenta con un presbiterio triabsidato e una cripta di forte impatto estetico, grazie alla selva di colonne di granito e di marmo striato, che hanno disposizione asimmetrica e diverse altezze, con straordinari capitelli scolpiti in pietra arenaria, l’uno diverso dall’altro per forma e ricche decorazioni: è proprio la cripta che oggi assolve il compito di chiesa vera e propria.

Il precedente impianto altomedievale (VII° secolo) era invece a navata unica con una sola profonda abside affiancata da due sacelli. Studi e lavori archeologici recenti hanno infatti individuato l’esatta struttura del sito di culto cristiano esistente prima della costruzione dell’abbazia: la dimostrazione delle varie stratificazioni succedutesi (visibile QUI) sopra il santuario pagano.
Recenti restauri hanno riportato all’originaria brillantezza anche gli antichi affreschi.
Ed esternamente le absidi (QUI) sono perfettamente integre.
E, la frase che faceva da titolo a un mio post di diverso tempo fa, “Signore salvaci, ci perdiamo”, è incisa all’interno della cripta, accanto a una porticina sul lato sud.
Per chi cerca informazioni sulle visite all’abbazia, i link utili sono giù in fondo a questo post, sotto la fotografia che ci ritrae nella cripta.
Io intanto finisco il racconto.

Il giorno del mio matrimonio ho quasi litigato col fotografo.
Avevo progettato da tempo di recarmi con Alessio, subito dopo la cerimonia, in questo luogo molto particolare e a me caro, per i motivi che ho detto più sopra, per restare lì in raccoglimento per qualche minuto, in solitudine.
Invece il fotografo, a cui avevamo detto di andare con gli invitati verso il ricevimento all’Abbadia di Fiastra (per non averlo fra i piedi in quella specifica, intima circostanza), ci ha seguiti col suo aiutante e ha invaso e pressoché impedito il mio momento privato di meditazione; non avendo capito neppure di striscio le mie intenzioni e tampinandoci per farci delle foto pure lì e insistendo prepotentemente per andare altrove a fare foto in pose improbabili, s’è beccato una serie di vaff.. rifiuti, da me esternati anche in maniera.. molto spazientita, eufemisticamente parlando.
Insomma la ‘fuga’ post-cerimonia verso l’Abbazia di Rambona l’abbiamo fatta come da programma, ma in ogni caso la mia breve visita in quel luogo, che doveva essere molto privata, è stato disturbata dalla presenza dei due fotografi, che sono rimasti tutto il tempo con noi ad assillarci mentre io cercavo un attimo di raccoglimento. Pure mentre lasciavo nell’antica cripta alcune rose del bouquet ero osservata e asfissiata dal fotografo!
Prima di andarcene un paio di foto gliele abbiamo lasciate scattare, ma, come si nota nella foto sotto (che mi sembra tanto un ritratto di una coppia di trisavoli), si vede che siamo nervosi, e io ho un terribile, inoccultabile BRONCIO!

Nell'Abbazia di Rambona (Pollenza, MC)

Qualche link per vedere di più sull’Abbazia di Rambona:
http://www.pro-rambona.it/
http://www.cartacanta.org/pollenza/
http://www.icvbc.cnr.it/

Ho fatto le adozioni ‘selvagge’!

“Ma di che va cianciando questa?” Potrebbe chiedersi qualcuno leggendo.
Lasciatemi esternare un po’ della mia soddisfazione di questo fine settimana…
Venerdì pomeriggio ero contenta come una bambina: all’ora di pranzo un corriere aveva portato un pacco atteso (atteso per poco in verità, la spedizione è stata fulminea).
Ma raccontiamo le cose con ordine. Continua a leggere

C’è solitudine e solitudine: precisiamo.

Tempo fa ho avuto una brevissima conversazione nei commenti di un blog: si parlava di entusiasmo per le fiere e di allegria ed eccitazione derivate dall’immergersi nel chiassoso ‘formicaio umano’ del mercato; io ho detto che non amo i mercati perché non amo i “formicai” umani, il rumore, l’affollamento.
Mi è stato risposto “io non amo la solitudine”.
La risposta mi ha sconcertata e ha suscitato in me curiosità e interrogativi:
perché non riesco a vedere che corrispondenza ci sia fra “il non amare il bagno di folla e il baccano” e “amare la solitudine”.
O viceversa fra amare l’assembramento umano (e il casino) e non amare la solitudine: come se il primo ti salvasse dalla seconda!
Insomma qualcuno partendo dal fatto che io non amo immergermi in un rumoroso formicaio umano ha concluso fulmineamente che amo la solitudine: m’è sembrata un’ “equazione” piuttosto confusa, tanto che ci ho ripensato più volte da allora.
E poi che significa amare o non amare la solitudine?
Ci sono varie accezioni di solitudine, negative e positive. Continua a leggere

Regalare libri: eccone alcuni con cui non si può sbagliare

Fretta fretta fretta! Ammetto che è molto tardi per consigli sui regali di Natale, ma forse qualcosa ancora si può fare. E se non è per Natale può essere per l’Epifania.

Vorrei dedicare qualche parola a chi vorrebbe regalare libri ma teme di sbagliare.
Sapete che il destinatario del regalo ama leggere, compra libri (dirò un’ovvietà, ma il consiglio di regalare libri vale solo in questo caso), ma non conoscete molto bene i suoi gusti?
Nessun problema, ci sono libri che possono far felice qualsiasi lettore/ lettrice; non garantisco per i fan di Moccia, delle 50 sfumature, di Baricco, delle storielle da quattro soldi per teenagers, dei fantasy di ultima generazione di infima categoria.. insomma, quelli che credono che la letteratura sia il vuoto confezionato in bestseller alla moda.
Magari però il regalo di un libro vero potrebbe anche convertire miracolosamente persino il lettore di porcherie!  Continua a leggere

Le tre civette sul comò

Ieri verso il tardo pomeriggio accendo la tv e fra una faccenduola e l’altra guardo/ ascolto quel che rimane della trasmissione Geo&Geo.
In quel momento parlavano di rapaci notturni e in particolare avevano lì in studio una civetta.
L’etologo di turno spiegava il perché di tante superstizioni legate a questi graziosissimi animali, superstizioni nate soprattutto nel Medioevo a causa delle abitudini dei rapaci notturni e dell’enorme ignoranza della gente.
Fin qui nulla di nuovo.

La cosa nuova è che alla fine ha anche dato una spiegazione molto interessante sull’origine della celeberrima filastrocca delle tre civette sul comò. Continua a leggere

Quasi come Holly Golightly

Il titolo nasce da un’associazione di idee del tutto personale che mi ha fulminata una mattina appena sveglia (si fa per dire, io dormo ancora per un pezzo anche dopo alzata dal letto e perfino uscita di casa).
Dunque a luglio ci siamo sposati e un po’ più tardi, in agosto, ci siamo trasferiti qui a Genova Nervi: o meglio, Alessio ci vive e lavora già da marzo di quest’anno, il trasferimento di agosto ha riguardato soprattutto me, in molti sensi.
Alessio è trentino, ha 33 anni, e il Trentino l’ha lasciato a 19 anni, prima per studiare poi per il lavoro e il dottorato. Ha viaggiato molto, ha lavorato in paesi stranieri, anche in California per 6 mesi, e gli avevano pure proposto di restare per sempre, ma lui al tempo aveva ancora altri obiettivi in Italia (se avesse immaginato della crisi che stava per abbattersi mi sa che accettava di corsa… glielo chiederò!).
Io al più in vita mia ho fatto un paio di piccoli traslochi da una città ad un’altra, distanti neanche 10 chilometri.
Questo per premettere che Alessio, anche per il lavoro che fa (ingegnere), non si trova a disagio in appartamenti ‘di passaggio’, dove resta due anni, cinque anni o 6 mesi. Continua a leggere

Il Favoloso Mondo dei Motori di Ricerca

Devo elaborare il mio rapporto coi motori di ricerca.
L’ho capito dopo la reazione che ho avuto quando, rientrando nella bacheca dopo tanto tempo, mi sono accorta che il blog era visitatissimo e mi sono arrabbiata (non perché era visitatissimo, ma per i motivi che attiravano tanto traffico).
Ecco sembra strano detto così ma avevo delle ottime ragioni, che ho subito spiegato in un postContinua a leggere

A perfect Halloween soundtrack

E’ tempo del mio consueto ‘post di Halloween’.
Qui a Genova non riesco a sentire l’atmosfera di Halloween, che poi coincide con la percezione che ho dell’autunno in genere già da fine settembre, così come la sento a casa mia nelle Marche. Peccato. Per il ponte, dal 31 ottobre al 4 novembre, ce ne andremo nella mia natia terra, che mi manca molto.

Se negli anni passati gli argomenti del post della vigilia di Ognissanti sono stati filastrocche e decorazioni, quest’anno tocca alla musica. Continua a leggere

Partecipazioni di nozze

Avevo promesso di riprendere un discorso lasciato sospeso: i preparativi, le scelte fatte per le nostre nozze e soprattutto, ora a cose fatte, quali siano state quelle di successo e quelle fallimentari.

Comincio con una scelta che ha riscosso successo e ci ha dato soddisfazione: le partecipazioni, anzi le partecipazioni solidali che abbiamo spedito o consegnato agli invitati.
Dall’inizio avevamo deciso che avremmo optato per inviti da ordinare via web e avevamo scartato i biglietti d’invito comprati nei negozi di bomboniere, per svariati motivi. Continua a leggere

E smettetela!

Sentite, io non lo so se è sempre la stessa persona che cerca compulsivamente in Google il taglio scalato fai da te, o se siete in tantissime a volervi tagliare i capelli da sole; io capisco che i tempi sono quello che sono; capisco anche che sconsideratamente un giorno ormai lontano decisi di condividere qui il fatto che m’ero tagliata i capelli da sola, con tanto di spiegazione. Continua a leggere